Artigianalità e progettazione: un rapporto da ridefinire

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Oggi il dibattito sulla manualità nella progettazione non riguarda solo il design di prodotto, ma attraversa trasversalmente anche il mondo delle costruzioni e dell’ingegneria. La capacità di lavorare la materia, di comprenderne il comportamento attraverso il contatto diretto, e di integrare questa conoscenza con gli strumenti digitali rappresenta un tema centrale per chi opera nella progettazione architettonica e strutturale. Claudio Pangaro, giovane designer, affronta questo nodo con un approccio che parte dal gesto artigianale e si confronta con le logiche produttive contemporanee.

Artigianalità e progettazione

Nel panorama attuale, caratterizzato da automazione e ottimizzazione dei processi, il recupero della manualità non va letto come un ritorno al passato. Si tratta piuttosto di una scelta consapevole che mette al centro il valore del processo realizzativo. Il disegno tecnico, la modellazione digitale e la prototipazione restano strumenti imprescindibili, ma quando vengono affiancati dalla conoscenza diretta dei materiali si apre una dimensione progettuale diversa. La flessibilità tra approccio analogico e digitale diventa un elemento distintivo, capace di generare soluzioni che difficilmente emergerebbero da un workflow puramente industriale.

Ibridazione tra manuale e industriale

La contrapposizione tra produzione manuale e industriale appare ormai superata. L’obiettivo non è scegliere un modello esclusivo, quanto piuttosto valutare quando ciascun approccio risulti più efficace. È possibile ibridare le fasi del processo: realizzare prototipi a mano per verificarne il comportamento materico, industrializzare solo alcune parti del ciclo produttivo, oppure utilizzare materiali recuperati applicando tecniche contemporanee. In questo contesto, il progettista opera con intelligenza e consapevolezza, scegliendo la tecnologia quando serve e affidandosi al gesto manuale quando questo aggiunge valore.

Recupero dei materiali e responsabilità progettuale

L’utilizzo di materiali di scarto o di recupero non si limita a una finalità ecologica. Ridare nuova vita a un elemento già esistente significa inserire nel progetto una traccia del suo passato, un segno che diventa parte integrante del manufatto. In questa prospettiva, il designer assume il ruolo di operatore capace di rileggere gli scarti della società e trasformarli in risorse progettuali. L’imperfezione non è più un difetto da nascondere, ma una caratteristica che racconta una storia.

Il profilo del progettista contemporaneo

Essere oggi un giovane progettista significa assumersi compiti che vanno oltre la pura estetica o funzionalità. Il design si configura come un linguaggio che parla di valori, relazioni e cultura. Il designer contemporaneo deve saper leggere i cambiamenti sociali e tecnologici, riconoscere bisogni emergenti e tradurli in soluzioni progettuali. La formazione tecnica resta basilare, ma altrettanto importante è la sensibilità materica, la capacità di contaminare linguaggi diversi (arte, scienza, sostenibilità) e la disponibilità a collaborare con figure professionali eterogenee. Il progetto non finisce con la realizzazione dell’oggetto: deve essere accompagnato da una narrazione che ne spieghi il valore, l’origine e il significato.

La figura del progettista artigiano si propone oggi come ponte tra tradizione e innovazione, tra conoscenza dei materiali e strumenti digitali, tra gesto manuale e produzione seriale. Una posizione che, lungi dall’essere nostalgica, rappresenta una risposta concreta alle sfide della progettazione contemporanea.

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